Torniamo on line nella settimana più hot per BTIU, siamo infatti in pieno svolgimento del Campionato del Mondo 2013 e dopo la tappa di Spagna siamo in attesa di vedere cosa succederà in Repubblica Ceka per capire come si chiuderanno le classifiche e chi vestirà la maglia iridata nelle varie categorie. Insomma settimana impegnativa più del solito, specialmente per alcuni di voi (forza azzurri) così ho pensato di farvi staccare un po’ la spina dalla tensione di questi giorni, con una buona (almeno spero) lettura rilassante.
Dopo aver salutato il tuttologo del Bike Trial mr. Moioli, ho rimesso in funzione la “bici da Trial del Tempo” mai più azzeccata di oggi questa storpiatura, dato che stiamo per andare a conoscere nientepopodimeno che Indiana Jones. Esatto Indiana Jones, non ho bevuto giuro, infatti questo era (è) il suo nickname dall’alba del suo primo approccio al mondo gare e tale è rimasto negli anni, ma poi ce lo faremo raccontare bene da lui questo “titolo”. Il mio nuovo testimone oculare di quel tempo lontano, si è fatto un po’ aspettare, desiderare, come i veri VIPS, ma per una buona causa: era a fare il “Camino de Santiago” in bici, una cosetta da nulla, ma appena rientrato si è attivato subito per rispondere alle nostre domande, dimostrando (e lo leggerete) un attaccamento al mondo Trialsin, per nulla tramontato.


Stavolta andiamo nella “city”, nella Milano che molto fece negli anni 80 per il nostro sport, per trovare un fotografo targato 1971, il quale, ha iniziato nel 1976 a fare Trialsin e per ora non si è ancora fermato. Ai suoi tempi (come mi piace scrivere “ai suoi tempi” perchè mi suona proprio da storia che si tramanda) correva per Trialsin Milano in sella a dei veri e propri gioielli, cosa che vedremo nel dettaglio durante l’intervista, fu poi anche atleta "Le Run", vi sto parlando diGabriele Carra e questa è la sua intervista:

 

_ Ciao Gabriele, ben tornato anche a te! Dunque iniziamo dal principio, ti va di raccontarci i tuoi primi passi nel mondo del trialsin, come ti sei avvicinato a questo sport e da dove hai iniziato per imparare?

Ciao a tutti e grazie Andrea per questa opportunità per conoscerci.
L’alba dei tempi e del Trialsin in Italia è tra il 1976 e il 1977 dove un gruppo di ragazzini, armati di biciclette modificate dai loro genitori, si cimentava ad emulare le gesta degli stessi. Sì, perché tutto questo si svolgeva quasi tutte le domeniche mentre i nostri padri partecipavano alle gare di trial di campionato italiano o regionale, e nel frattempo, néanche fossimo la banda dei ragazzi della via Paal ci producevamo in inseguimenti, salti, superamento di ostacoli, nelle zone limitrofe al Paddock. Tutto questo per  6/7 ore consecutive fino allo sfinimento o al K.O. tecnico (abrasioni, tagli, cadute, facciate …). In questa fase ho imparato prima il senso di libertà e poi si è creata una profonda sintonia con la bicicletta che per me è il prolungamento del mio corpo, sia fisico che affettivo.


_ Arrivarono poi le gare e la carriera agonistica: quali tipi di campionati hai vissuto, in che anni?

Nel 1984 cominciarono i Campionati Italiani (prima c’erano solo piccole garette sporadiche e improvvisate a corollario delle gare in moto) sull’ onda dell’incredibile movimento che, grazie  a Pedro PI e alla sua Monty, si era creato in Spagna. Sono anni meravigliosi con 8/10 gare di C.I., 5/6 regionali, 6/7 gare di C.M.; si parla di gare di 6 ore con 3 giri x 15 zone non-stop (grandi organizzazioni, magari improvvisate, ma molto più professionali di quanto si potrebbe pensare).
La mia carriera agonistica in realtà è partita nel 1985, poiché il primo anno di gare sono arrivato praticamente ultimo o quasi. A quel punto qualcosa in me cambiò, capì che se volevo veramente far parte del movimento TRIALSIN mi dovevo impegnare molto di più. Presi ad esempio non un pilota ma mio padre Emilio, poiché lui aveva fondato ed era il Presidente del club TRIALSIN Milano (che contò nel 1985 la bellezza di 127 scritti) e organizzava varie gare di campionato italiano e regionale con passione e per questo era sempre amato e rispettato da tutti. Ebbene sì, mi allenai da solo tutto l’inverno tutti i giorni con ghiaccio e neve all-inclusive. Saltavo sulle rocce del Parco Sempione, quando trovavo una macchina incidentata ci saltavo sopra, gli amici si sdraiavano per terra per farsi saltare etc … Così giorno dopo giorno prese in me la consapevolezza che quando fai qualcosa per passione ti diverti e nulla ti pesa.
Si arriva così alla prima gara del 1985 e la metamorfosi è compiuta: il baco è diventato farfalla. Quell’anno arrivo terzo nel mondiale nella categoria infantiles e sono 11° assoluto nel campionato italiano, nel 1986 sono 5°, nel 1987 arrivo 2° e poi nel 1988 – 1989 - 1990 sono  per tre volte campione Italiano assoluto.La possibilità vera di vincere il campionato mondiale categoria senior (over 19 anni), l’ho avuta nel 1990 quando all’ultima gara disputatasi ad Andorra eravamo in 5 a giocarci il titolo, ma senza cercare scuse, quel giorno non riuscii ad essere me stesso e sbagliai per mancanza di concentrazione (probabilmente la virtù più importante per un campione di trialsin: tanti sono capaci di fare un ostacolo, la differenza è farlo quando conta veramente!). 


_ Di queste esperienze, sicuramente conserverai gelosamente un sacco di bei ricordi: qual è stato il momento apice, quello che ti ha dato più soddisfazione e che ancora oggi ti rende orgoglioso? 

L’apice dei miei ricordi è stata sicuramente la gara di Bezzecca (TN), ultima gara del 1989, dove mi giocavo la conferma del titolo di campione italiano. Arrivai il sabato e vidi aldilà di ogni ragionevole dubbio che le zone non-stop erano state provate esattamente nei passaggi chiave (strisce dell’alluminio dei paracorona sui sassi!). Feci quindi un esposto alla Federazione quanto meno per cambiare i passaggi incriminati, ma per il quiete vivere si andò avanti come se niente fosse. Da  questo capì che un mondo di crescita e amicizia come lo avevo sempre vissuto si era trasformato, come purtroppo avviene sempre più in tutti gli ambiti sportivi agonistici, in una situazione di banali invidie e giochi di quartiere. Se si pensa che eravamo 150 partenti al C.I. del 1984 e nel 1989 non arrivavamo a 40, ci si rende conto che qualcosa era profondamente cambiato.
E venne la domenica, il gran giorno. Alla fine del secondo giro eravamo in tre a pari penalità, ed è stato proprio al terzo giro, a seguito della rottura della catena, che feci la differenza poiché riuscii a terminare a zero una zona che nessun altro, anche con la catena, era riuscito a fare senza penalità. L’entusiasmo andò alle stelle e zero dopo zero  finii l’ultimo giro vincendo a mani basse: sono nuovamente campione e capisco che, avvolte, ti succedono delle sventure solo per mettere alla prova la tua capacità di reazione e tirar fuori così chi sei veramente.
Secondo me se non avessi trovato le zone di gara già provate e se non avessi rotto la catena semplicemente non avrei vinto poiché non sarei riuscito a tirar fuori il meglio da me e di questo sono molto orgoglioso.

_ Mi parli un po’ dell’ambiente di quel “Trialsin” anni 80-90? Che aria tirava, quali erano i vostri stimoli, i vostri miti, i vostri obbiettivi o sogni.  Come lo vivevi tu questo sport?

C’era l’entusiasmo delle start-up, c’era competizione sì, ma tutto era improntato sul onda della festa, che bello esserci! Mi ricordo di gare di campionato italiano ,come dicevo,con più di 150 partenti. Sono stati umanamente anni meravigliosi, poiché ogni pilota (ci siamo sempre considerati così anche se non avevamo il motore) coinvolgeva inevitabilmente padre e madre che, a loro volta, legavano con gli altri genitori. Questo diventava speciale al campionato mondiale dove diventavamo una carovana itinerante unita, neanche fossimo stati assunti da un circo. Grigliate tutti insieme alla sera, grandi piatti di pasta (grazie mamma!)  al termine delle gare. Il nostro furgone camperizzato ospitava per un piatto di pasta non solo italiani ma tantissimi stranieri e ciò contribuiva, tra le altre cose, a creare un legame internazionale di reciproco rispetto tra ragazzi che condividevano la loro crescita umana, competitiva e affettiva insieme senza divisioni. Poiché in fila ad aspettare il piatto di pasta si era tutti uguali dal campione all’ultimo classificato. Si viveva così intensamente che più dei sogni e del futuro si godeva il presente fatto di gioia per il superamento di un ostacolo e di amicizia con i tuoi avversari che erano più compagni di viaggio che dei rivali. Si provava a migliorare la propria bici giorno per giorno in modo artigianale e forse, a volte, in modo un po’ ingenuo.
Il pilota più forte e intelligente che ho mai conosciuto è OT PI, che diventò anche mio grande amico a 360°. Figlio del fondatore della Monty, più volte campione del mondo, ma se penso a lui penso ad un ragazzo che è  rimasto sempre modesto e mi ha insegnato tante cose sulle tecniche del Trialsin (la modestia è una grande qualità nei campioni! 


_ Come vedi il biketrial oggi? Cosa trovi di diverso che ti piace e cosa invece non ti piace?

Non ho sufficienti ragguagli per poter parlare diffusamente del BikeTrial di oggi. La mia impressione è che l’aspetto ludico/esibizionista fatto di esercizi ginnici continui per il superamento degli ostacoli molto simili tra loro (come si faceva nelle esibizioni) abbia preso il sopravvento sulla guidabilità, sulla varietà del cambio tecniche e sull’aderenza in situazioni impervie/estreme. Non mi sembra che sia né meglio né peggio del Trialsin, solo differente. A livello di abilità, anche oggi, mi sembra di poter dire che ci siano dei piloti molto bravi e innovativi.

 

_ Mi parli un po' di Papà Emilio? so che ti ha regalato qualcosa di speciale, ti va di raccontarcelo?

Come ho già rimarcato mio padre Emilio Carra è stata una grande figura di riferimento per il TRIALSIN negli anni ’80. Lui, addirittura, mi ha sempre costruito a mano la bicicletta utilizzando molte idee innovative. Io d’altro canto, che a 15 anni ero già alto 1,85 x 80 kg ,non avrei mai potuto correre con la Monty poiché non mi sarebbe durata che pochi giorni. Così la mia bici non era certo la più leggera, ma non si rompeva mai. Parlando ad esempio di freni meccanici mio padre costruì un sistema a carrucola che permetteva di raddoppiare la frenata con metà forza (anno 1985). Già nel 1988 lui montò i primi prototipi idraulici della Magura non a due ma bensì a 4 pattini, nello stesso anno anticipò la stessa Monty montando la ruota posteriore da 2 pollici e ¾ e mi costruì un telaio in tubi Columbus Cr/Mo con sezioni ovali differenziate. Fin dall’inizio mio padre ebbe l’idea di forare i cerchi e utilizzare delle manopole stile spada Katana per non avere il problema dei calli sul fine manopola, queste due soluzioni ancora oggi sono utilizzate da tanti. Nel 1986 montò la forcella stile BMX intuendo che il doppio tubo era in un punto non sollecitato e quindi inutile, infatti adesso sono tutte così. Nel 1990  stava per costruire un telaio in titanio con tubi a spessore variabile in collaborazione con la REKTEK (Canada), si parlava di 0,39 mm! Questo rimase però solo sulla carta poiché alla fine del 1990 decisi di ritirarmi dalle competizioni. Mio padre è stato veramente speciale perché mi ha seguito in tutte le gare e mi ha portato, insieme a mamma Laura, ai campionati mondiali non solo facendomi la bici ma anche camperizzando il furgone Peugeot invece di farsi delle vacanze “normali”.
Avevo con me il progettista, il meccanico, il motivatore, l’allenatore, il consigliere e non meno importante lo sponsor come un pilota ufficiale. Il tutto  in un’unica persona: mio padre Emilio.

 

_ Tu insieme a pochi altri sei stato uno dei precursori delle “esibizioni” di questo sport, come funzionava ai tempi fare un’esibizione di Trialsin? 

Le esibizioni mi hanno permesso di girare l’Italia e l’Europa restando anche 15 gg da solo fuori casa già a 15 anni. Si spaziava dall’andare su RAI 1 da PIPPO BAUDO a “UNO SU CENTO”, allo spettacolo come testimonial per l’AVIS (Donazione Volontaria del Sangue), allo spettacolo sui tavoli alla festa degli Alpini etc. L’esibizione si svolgeva  a volte insieme alle moto da TRIAL, ricordo con grande piacere i tanti spettacoli fatti con Sergio Canobbio, il più grande showman di TRIAL in Italia. Cominciai così dal 1990 a farlo con professionalità organizzativa, mi mettevo d’accordo con questa o tal’altra organizzazione, ricordo grande serietà mai perso soldi o tempo. Mandavo un elenco degli ostacoli: automobili, furgoni, tubi di cemento, pallets, bobine dei cavi Enel, tronchi, sassi etc, e in più allegavo eventuali disegni su come posizionare le zone.Il giorno prima dello spettacolo in loco si costruivano (le zone) attenti allo spettacolo più che alle difficoltà. Lo spettacolo vero e proprio era sempre un successo, primo perché era veramente una novità che pochi conoscevano e in secondo luogo perché coinvolgevo il pubblico nello spettacolo stesso. A volte facevo finta di sbagliare, saltando indietro, perché altrimenti sembrava tutto facile. Se superi un ostacolo dopo vari tentativi, il pubblico si coinvolge di più, c’è chi dice che ce la fai, chi dice di no e così si crea un legame. Insomma, fare spettacoli ed esibizioni  è stato veramente un modo privilegiato che mi ha permesso di viaggiare divertendomi e di farmi le ossa nel mondo del lavoro autonomo.

 

_ Qual è l’aspetto fisico e tecnico che secondo te si è mantenuto invece invariato dal Trialsin di quel tempo al BikeTrial di oggi?

La preparazione fisica e la necessità che la bicicletta sia il prolungamento del proprio corpo.

 

_ Come dimostra la foto sopra,  ai tempi c’è stato un periodo in cui tu eri incredibilmente invasato con Indiana Jones, tanto da tappezzare ogni cosa con adesivi, compresa la bici, avevi il cappello alla Indiana Jones ecc…dai ci raccontaci un po’ la verità su questa curiosità su di te?

Vado orgoglioso del mio soprannome INDIANA JONES. 
Nella scena iniziale del film “I predatori dell’arca perduta” il protagonista fugge da una tomba Incas inseguito da un masso rotolante. Così successe che un masso staccandosi dal terreno mi insegui nella zona che stavo affrontando in una gara di C.I. e miracolosamente riuscii, sospinto dal masso stesso, ad uscire dalla zona senza penalità. Qui nacque il soprannome. Andai così a vedere il film e scoprii che I.J. faceva le cose per passione e non per vincere e alla fama e al successo anteponeva la gloria e l’onore. Mi trovai così rapito dall’importanza di queste parole che poi hanno segnato la mia vita che presi con gioia questo soprannome: INDIANA JONES.

 

_ Ti ringraziamo molto per il tempo che ci hai dedicato Gabriele, ci salutiamo con quest’ultima domanda:  quand’è che torni a far due salti in bici da trial?

In verità, per fortuna, non ho mai smesso poiché faccio l’istruttore di TRIALSIN e Mountain Bike (free rider) alla scuola di trial della Valsesia (wwwscuolatrialdellavalsesia.it). Sono stato fermo però 3 anni poiché ho dovuto fare entrambe le protesi alle anche (non è stata colpa del TRIALSIN!). Adesso faccio anche viaggi in bicicletta, sono appena tornato da Santiago di Compostela dove mi sono ricordato che come nel TRIALSIN degli anni ’80 non è dove si arriva che è importante ma il viaggio in sé che conta e che rimane nel cuore. Per questo motivo il TRIALSIN è per sempre e ti ringrazio per avermi dato modo di parlarne.
Alla prossima e buen camino.

 

C'è bisogno che io commenti o dica altro su Gabriele, la sua passione e quel che ha rappresentato per tutto il movimento?
Colgo piuttosto occasione per fare un breve flash sul padre di Gabriele, per chi non conoscesse, il sig. Emilio è stato una sorte di "archimede" per il mondo del Trial motociclistico, introducendo nei prototipi assolute novità tecniche, che andarono poi ad equipaggiare alcuni modelli dei tempi. Si deve a lui poi il primo "cinquantino" da trial, il cui progetto fu seguito e realizzato per Garelli, ma collaborò con molti marchi davvero importanti del circus trialistico come  Grimeca, Akront, Domino e MT. 
Abbiamo letto dalle parole di Gabriele, quali furono le anticipazioni e le intuizioni che ebbe papà Emilio per le bici di Gabriele, le quali al mondiale venivano considerate come veri e propri modelli futuristici, tanto che alcune di esse ancora oggi rientrano negli standard base delle bici moderne. Anche io personalmente usavo i suoi freni a carrucola perchè li avevo su una delle mie prime bici ad esempio, ed erano una bomba per i tempi, considerando che si usavano i normali pattini in TELA delle bici da passeggio tipo la Graziella e ok che il mio peso era nettamente inferiore a oggi, ma la capacità di frenata era davvero efficiente. 
Beh un grazie doveroso ad entrambi, per me e credo per ogni atleta o appassionato, sono tutti spunti per spingere sempre i propri limiti un po' più avanti, in qualsiasi macrosettore si operi, il BikeTrial non si deve fermare mai.
Vi aspetto al prossimo giro con un altro appassionante viaggio indietro nel tempo, chissà che magari il prossimo non lo chiamassero Dock...

- Andrea Marchi -